miércoles, diciembre 13, 2006

Dal delta dell'Ebro a quello dell'ebbro (seconda parte)

I due giorni passati a San Carlos (paese veramente carino, racchiuso tra una catenina montuosa piena di tori selvatici, il delta del Ebro e un tratto di mare in cui si allevano molluschi, con un lungomare molto bello e curato e un importante porto di pesca-tori.. non di quelli selvatici xò) sono stati molto belli e umanamente caldi. Si stanno creando dei rapporti, delle relazioni che per me contano sempre di più. E l'accoglienza della famiglia di Alex per dormire e di quella di Miguel nel pranzo domenicale mi ha fatto risentire un po' di quel calore che senti solo a casa tua con i tuoi affetti e le tue cose. Al ritorno mi ha accompagnato Alex e ci siamo fermati in un paese, Cambrillis, non lontano daTarragona, in cui siamo entrati in un bar, il New Orleans, il cui proprietario, Roberto, era un ragazzo ternano. Dopo essere ripassati davanti alla centrale nucleare (dove mi dice Alex c'è stato anni fa un piccolo incidente, tanto che nel vecchio reattore, non potendo smaltire non so cosa, ci hanno creato un centro di ricerca), siamo tornati alla nostra Tarraco, ex capitale di quella Spagna Citeriore separata dalla Ulteriore proprio dall'Ebro. L'Ebro è geografia, è metafora e pure mito. Infatti rappresenta pure la location del triste epilogo di uno dei miti più commoventi della mitologia greca (anche se devo capire come si connettono la Tracia e l'Ebro): Orfeo e Euridice. Orfeo sposò Euridice, bellissima ninfa, che tuttavia morì subito dopo le nozze, morsa da un serpente mentre cercava di sfuggire alle insidie di Aristeo; sopraffatto dal dolore, Orfeo scese negli Inferi per tentare di riportarla con sé. Incantando sia Caronte e Cerbero, sia Persefone e Ade, ottenne di trarre con sé Euridice, a patto che egli non si voltasse prima di aver lasciato gli Inferi. Ma Orfeo non resistette e, appena intravide la luce, si voltò: Euridice scomparve. Da allora, sopraffatto dalla disperazione, Orfeo si ritirò sui monti della Tracia; ma in tal modo osteggiò o trascurò il culto di Dioniso, le cui seguaci, le menadi invasate, lo sopraffecero e dilaniarono in un accesso di furore orgiastico; la sua testa mozzata, gettata nel fiume Ebro, continuò a chiamare Euridice finché approdò sulla spiaggia dell'isola di Lesbo, dove la seppellirono le muse. Dopo la morte di Orfeo, il suo strumento divenne la costellazione della Lira. Dioniso o Bacco, nella mitologia greca figlio di Zeus e della mortale Semele era come sappiamo il dio del vino e della vita naturale, colui che insegnò ai mortali la viticoltura e la vinificazione. Martedì c'è stata la ultima cena degli erasmus prima delle vacanze natalizie, alla Taverna in Plaza de la Font. E come tutte le cene erasmus era un rito tipicamente dionisiaco, anche se le baccanti sono più tranquille di come erano una volta, vedi quel poverino di Orfeo. Comunque anche il fatto che il giorno dopo avevano quasi tutti l'esame di spagnolo ha contribuito a moderare il consumo dell'alcool. Io però non avevo l'esame. E infatti, sarà il vino di merda, o le radiazioni della centrale nucleare, e fino a poco prima stavo benissimo anche se un po' barcollante, tornato a casa ho comiciato ad accusare dei colpi pesantissimi e dopo aver vomitato mezz'ora, con un elicottero che mi volteggiava intorno, Alex, che alle 5 andava al bagno, è passato davanti alla mia camera e vedendomi steso sul letto, vestito, con gli occhi semiaperti e con un braccio tirato sul comodino mi ha detto qualcosa come "joder tio!". Questa volta ha vinto Dioniso e lo accetto e se la testa mozzata del povero Orfeo è passata per il delta del Ebro per trovare la sua pace a Lesbo, il fiume di alcool scadente che avevo in corpo ha attraversato il delta dell'ebbro per trovare la sua pace in fondo al mio cesso. E ora posso finalmente rialzare lo sguardo verso il cielo e cercare la Lira di Orfeo.

Dal delta dell'Ebro a quello dell'ebbro (parte prima)

Sabato 9 ho preso il mio coche Honda Logo che come il Patri sa bene abbiamo solo io e "the doctor" e sono andato al pueblo (paese) dei miei 3 coinquilini (anche se il termine spagnolo compañeros mi piace di più), la mitica San Carlos de la Rapita, vicino al delta dell'Ebro (anticamente Iberus o Hiberus, da cui la denominazione "Iberica" alla omonima penisola), poco prima di entrare nella Comunidad Valenciana. Dopo aver guidato un oretta e più attraversando differenti paesaggi tra cui tutta la zona del Petrolquimico, delle raffinerie e una centrale nucleare sono arrivato alla méta dove mi aspettava Alex. Abbiamo poi beccato Miguel e suo fratello Ignacio e abbiamo cominciato a fare il giro dei bar. Quello che mi è piaciuto di più è stato un pub piccolino, tutto di legno e con delle grandi finestre davanti alle quali c' è un tavolino che è come una scuola di ajedrez (preferisco la denominazione catalana escacs, insomma di scacchi). Si riuniscono lì persone molto diverse tra loro, anziani e bambini, per giocare a questo gioco. Alex ci trascorre serate intere e quel pomeriggio si è sfidato con Robert, quarantenne i cui genitori hippies sono arrivati dall'Inghilterra con il classico pulmino Wolkswagen e si sono fermati lì. Ha vinto Alex. A cena siamo stati al ristorante "La Gondola" dove fiumi di lambrusco (9 bottiglie in 12) hanno mandato giù del gustosissimo cibo denominato non so perchè pizza, ma che pizza non era. Il tutto accompagnato pure da tegami di vongole, calamari alla romana e per finire della crema catalana, ricoperta da uno strato solido e sottile di zucchero cristallizato con un rapido stampo infuocato. Caffè, e poi un liquore giallo alle erbe, uno dei tanti tentativi falliti di trovare un qualche sostituto degno a grappe e amari (cosa darei per una bottiglia di Montenegro) che qui proprio non esistono. Alla cena oltre a Alex, Miguel con fratello, fidanzata (Laura), sorella di fidanzata e amica della sorella della fidanzata c'era pure il terzo compañero, Tomas, con la fidanzata (Gemma) e altri tre loro amici. Dopo un giro per i tanti locali che d'estate saranno pieni ma che ora sono più vuoti delle chiese, sono andato a dormire a casa del padre di Alex. Il giorno dopo, prima di mangiare una carbonara perfetta della mamma di Miguel e delle costolette di agnello succulenti cotte dal padre, ho fatto un giro panoramico con Miguel e Laura. Siamo saliti in auto su un punto in alto chiamato la Torretta (perchè c'è una vecchia torre) e da li ho visto parte dell'immenso delta dell'Ebro occupato da un parco naturale e dalle piscine delle risaie e ho capito perchè da qui in giù, verso Valencia si mangia tanta paella. E mentre pensando all'essenza di un fiume avevo fino ad allora pensato che questo fosse acqua, in quel momento ho pensato che il fiume fosse terra. Infatti dal delta partono lunghissime strisce di terra, come dei fiumi di terra nella pianura marittima, che si lanciano curiosi in mezzo all'immensità del Mediterraneo ultima tappa di un lunghissimo viaggio iniziato in Cantabria, passato per la Navarra, per Saragozza, fino a lì. Insomma finchè stava nella terra mi appariva solo acqua e ora che si ricongiungeva al suo stesso elemento, lì dove questo dominava in maniera assoluta, scoprivo che il fiume era terra. E questa potrebbe essere una buona metafora antropologica per spiegare come la identità collettiva si costruisca attraverso il rapporto con l'alterità e non con l'omogeneo. Ci sono in effetti alcuni antropologi, soprattutto della scuola francese, che ritengono che la globalizazione, l'incontro tra culture non porti a un'omogeneizzazione totale di tutte le culture ma alla ridefinizione delle identità locali, che Amselle definisce "processi di ritribalizzazione", ossia come se l'acqua si sentisse più acqua quando scivola sulla terra e la terra si sentisse più terra quando emerge dall'acqua o vi sprofonda. E il fiume è una cosa e l'altra, è terra e acqua, senza che questo arrechi nessun problema, anzi. E chi teme l'incontro tra culture, tra l'acqua e la terra è qualcuno che forse ha bisogno più di tutti di questo incontro. Perchè il suo timore potrebbe venire non tanto dalla pericolosità dell'identità altrui quanto dalla debolezza della propria. E, forse (sto facendo fantantropologia, visto che poi tutti questi discorsi vanno provati empiricamente per la buona pace dei positivisti) il confronto rispettoso con la diversità è il modo migliore non tanto per conoscere l'altro quanto per ritrovare se stesso. E così la terra sprofondando nel mare non diventa acqua ma si riscopre terra [continua...].

lunes, diciembre 11, 2006

Quando vedrò un carrello della spesa nuotare allora vorrà dire che saremo veramente in un mondo socialmente giusto

Questo post nasce come risposta a tutti quelli che negano l'esistenza concreta dei valori di "libertà" e "uguaglianza" nella nostra società. Allora vorrei dire che, a parte le varie utopie che non tengono conto della natura umana e delle incertezze-dolori inevitabili della vita, io reputo positivi i fatti che non sono schiavo, che non devo zappare la terra tutto il giorno in cambio di una manciata di grano, che posso dire quello che voglio, che posso votare Cicciolina se voglio, che non solo non mi sento inferiore a chicchessia ma neppure superiore a nessuno (e questa non è l'uguaglianza di Marx ma è l'Uguaglianza di Gesù). Il fatto che esistano ancora persone che si trovano in situazioni svantaggiate rispetto ad altre non significa ignorare completamente tutti i passi in avanti che ha compiuto l'Umanità. Un'Umanità che ancora deve fare molta strada ma che probabilmente non raggiungerà una perfezione che non è di questo mondo. E che ricercano coloro che non accettano l'imprevedibilità della vita, il conflitto, il dolore, la morte. Un'Umanità che sta ancora imparando a conoscere e a usare queste grandi conquiste che sono la Libertà e l'Uguaglianza. Perchè la libertà a differenza di quello che può evocare è un gran peso da portare. La libertà non come egoismo e anarchia ma come la possibilità di scegliere sempre di più il senso e il corso della propria vita. L'uguaglianza non come "dobbiamo essere tutti uguali, dobbiamo avere tutti il giardino della stessa metratura, dobbiamo dare una delle due pagnotte a chi non ne ha nessuna, dobbiamo, dobbiamo, dobbiamo"; l'uguaglianza neppure come appiattimento e omogenizzazione tra tutti; l'uguaglianza invece come frutto spontaneo e più prezioso di quel percorso di libere scelte che porti a dire "io non devo dare una delle due pagnotte a Tizio perchè lo Stato, il Partito, la legge, o chicchessia me lo impone. Io non Devo, io Voglio dargliela perchè lui è mio compagno di viaggio in questa grande misteriosa e faticosa avventura che è la Vita!". Perchè una società in cui tutti Devono per forza dare, condividere, aiutare, non è una società di Uomini Liberi e Coscienti ma un'allevamento di umanoidi dentro un recinto di rabbia, invidia e paura. Per quanto riguarda il Capitalismo io reputo sia una fase importante di questo percorso in cui attraverso la liberalizzazione dell'economia si sono potuti abbattere i monopoli politico-economici rappresentati dai rapporti feudatario-servo. In cui si è abbattuto il Valore-dogma della stratificazione sociale a comparti chiusi; una disuguaglianza di diritti e libertà istituzionalizzata. E' vero che stanno nascendo nuovi domini e monopoli politico-economici, ma il fatto che questi non siano più istituzionalizzati non mi pare secondario. E neppure il fatto che io posso protestare per questo o che posso fondare un partito politico e lottare contro chi mi pare o che posso creare un giornalino nella mia scuola per svegliare le coscienze mi sembra secondario. Se si immagina un mondo in cui appena uno mangia una mela più di un altro prende la scossa si sta dentro un incubo. Se si immagina un mondo in cui tutti si occupano degli altri nonostante i problemi, gli affanni, le incertezze della vita si sta dentro un sogno. Allora svegliamoci e cominciamo a vivere cercando di sfuttare al meglio le conquiste che altri hanno fatto prima e per noi senza disprezzarle e ignorarle. Cerchiamo di investire il più possibile e nel modo migliore in quel capitale che abbiamo ereditato e che non è un capitale fatto di azioni, conti correnti e proprietà immobiliari ma è un Capitale ben più importante!!!

domingo, noviembre 19, 2006

Le città di Weber e i cittadini del mondo

Finalmente ho consegnato i 2 primi lavori x il Master: un investigazione etnografica su 5 appartamenti compartiti e un commento su "La dominazione illegittima" (cap. VIII di "Economia e Società") di Max Weber (130 pagg pesantissime anche se abbastanza interessanti.. a pag 1001 dell'edizione spagnola, Weber cita anche Perugia) e dopo 10 giorni in cui sono uscito di casa solo x comprare il pane sono tornato alla normalità. Perchè il Capitalismo nasce solo in Occidente e dall'Età Media in poi? Perchè solo lì avviene la dominazione illegittima delle città. Illegittima perchè avviene per usurpazione contro quei poteri che trovavano la loro legittimità in Dio (l'aristocrazia, di sangue e ecclesiastica) attraverso la congiura e la confraternizzazione dei borghesi. Non ci addentriamo nei dettagli, cosa che potrebbe risultare pure noiosa. Lo stesso giorno in cui ho consegnato l'ultimo lavoro è venuto a trovarmi Frederik, amico mio dei tempi dell'Erasmus di Valladolid, belga fiammingo di Gent (quello che nella foto sta sotto di me, accanto a Miguel, uno dei miei coinquilini; quello accanto a me invece è Alex, un altro dei miei coinquilini.. manca solo Tomàs). Fred si è fermato due giorni e il giovedì siamo usciti tutti insieme. Dopo la classica cena a base di hamburger, tortilla spagnola e lambrusco emiliano accompagnata da una canzone olandese cantata da Fred e Alex (sì perchè Alex ha vissuto anche in Olanda, oltre che in Scozia, in Inghilterra, in Iran e in vari paesi della penisola araba e del caribe), siamo passati al cocktaile di Miguel (whiskie, preferibilmente di pessima marca + fanta, quando c'è). Intanto erano arrivati a casa Stefano, Giorgio e Chiara (della meglio gioventù Erasmus di Tarragona). Siamo usciti, siamo passati per Plaza de la Font, dove si trova l'Ayuntamiento (il Comune) ma anche molti bar con i tavolini che si espandono per gran parte della sua superficie. Quindi avvertiti da Giorgio di un fantastico concerto Reggae nel grande auditorium di Camp de Mart sotto le mura romane ci siamo diretti là, trovandolo deserto e buio e localizzando il concerto poi in un piccolo bar. Quasi un corridoio con in cima a degli scalini davanti ai bagni un dj e altri rastoni con tanto di cani. Sulla destra un bancone con una matrona nera che ci passava sorridente le nostre medianas (birre in bottiglia). Davanti, sedute su degli sgabelli due tristi signore, sempre nere ci guardavano cercando di capire cos'era del mondo che ci animasse così. Su una parete in pietra i baffi di Dalì. Gli unici clienti, io, Alex, Miguel, Fred, Chiara e tre ragazze Erasmus francesi, Audrey, Pauline e Amelie. Dopo essere stati un po' con loro siamo andati alla "Sala 0", dove abbiamo ribeccato Giorgio e Stefano. Qui il grande Fred, che con la sua simpatia e positiva pazzia ha conquistato tutti ha ceduto e dopo aver vomitato, esser caduto per terra, aver battuto la testa e esser stato rifiutato dal buttafuori di una discoteca del Porto (dove nel frattempo ci eravamo diretti) ha capito che forse era ora di tornare a casa. E così siamo tornati e dopo aver strappato con la forza Fred ai richiami di un biondo trans che da un terrazzo ci sussurlava "guapos, subid" (belli, salite) e che nella mente di Fred, annebiata dai fumi del alcool, si era trasformato in una bellissima principessa da salvare - tanto che Fred mi guardava come a dire "che culo!" e mi diceva eccitato "vamos"- siamo riusciti a rimettere piede a casa sani e salvi. Gracias Fred por esta noche muy divertida y por tu vìsita!
E sicuramente l'aria di libertà e di uguaglianza che permette a persone di tanti paesi diversi di stare bene insieme è frutto di quei processi studiati da Weber: la liberalizzazione dell'economia che si è sostituita ai rapporti feudatario-servo, per mezzo della "congiura borghese" che ha trovato terreno fertile nelle città; la costruzione di identità collettive basate non + sull'appartenenza a una stessa tribù, demo, casta, ma sull'associazione di persone che porta alla creazione di una nuova comunità, la città. E questo anche grazie all'apporto del Cristianesimo che ha desconnettato le persone dai legami magico-tabuali che le separavano dichiarandole tutte uguali. La città occidentale (Weber è nettamente etnocentrico a questo riguardo) sembra insomma essere il primo posto in cui ha germogliato la libertà e l'uguaglianza tra tutti. Poi questa città (come uguaglianza di diritti e libertà) si è allargata ed è diventata Stato. E infine la città e i suoi valori sembrano estendersi in gran parte del globo. Quindi quando ci viene un po di prurito a sentire la parola "capitalista" riferita alla notra società pensiamo non solo ai risvolti negativi e ai tratti degeneranti ma anche ai valori di libertà e di uguaglianza che si trovano intrinsechi, seppur imperfetti, nelle sue stesse radici più profonde.

lunes, noviembre 06, 2006

La Catalogna più profonda

Ho conosciuto una Catalogna più profonda.
Una Catalogna che non è solo Barcelona, Costa Brava, mare, tipi eccentrici sulla Rambla, venditori di fumo (in senso lato e non), che non è solo i Pakistani e gli sfrattati del Raval, che non è solo quella blau-grana del Camp Nou, che non è solo quella costruita da Gaudì o quella dipinta da Dalì. Non è solo quella dell’adesivo sulle auto dell’asino autonomista, nero, come il toro spagnolo, a cui si contrappone. Non è solo quella della crema catalana o quella della Cava. E non è neppure solo la Tarraco romana o la Girona (Barcelona) della Ryanair.
Ho conosciuto una Catalogna più profonda.
Ho conosciuto una Catalogna che è parchi naturali, campagna piena di vigneti e oliveti ed è montagna, rocciosa, sulle cui pareti si arrampicano piccoli eremi e giganteschi monasteri come quello del Montserrat (1236 m), dove le vertigini, il vento, la fusione tra le pareti rocciose e quelle murali ti procurano strane allucinazioni e ti ritrovi all’improvviso in Tibet, ma ti guardi meglio intorno e capisci che invece sei in Tessaglia sulle Meteore. Però no, non stai neppure lì. Ti trovi invece in quello che è il santuario più venerato della Catalogna, scrigno sproporzionato della piccola Moreneta (patrona della Catalogna) ma pure della cultura catalana durante il franchismo. Il santuario più venerato di Catalogna dice la guida, ma io ho visto solo torme di tedeschi e francesi incollati al circuito automobilistico o meglio pullmanistico del Montserrat, ossia: scendi dal pullman, sali le scale, attraversi la piazza, entri nel complesso, attraversi il chiostro, entri nella basilica dalla porta destra, fai il giro delle cappelle, sali dietro all’altare, tocchi il globo di legno che ha in mano la Moreneta (o Vergine Nera), esci fuori, compri un cero a quasi due euro, lo metti in mezzo agli altri, esci dalla porta sinistra del complesso basilicale, attraversi la piazza, scendi le scale e rimonti sul pullman. Non ho visto nessuno in atto di venerazione, forse anche perché il monastero (attualmente benedettino) ti ispira a fare shopping nelle eleganti boutique sottostanti, a mangiare nel grande ristorante adiacente alle boutique, ad ammirare lo splendido panorama di fronte alle boutique, a guardare le stagliate vette dietro alle boutique o gli imponenti edifici che gli fanno da controcanto sopra le boutique, qualsiasi cosa tranne che pregare. Qualsiasi cosa che non ti costringa a stare dentro una chiesa, i cui colori prevalenti sono il nero e l’oro, che il sentimento più ortodosso che ti possa provocare è la lontananza della divinità.
Ho conosciuto una Catalogna più profonda.
Una Catalogna che mi ha lasciato una sensazione ben diversa, quantomeno esteticamente, è quella dell’enorme monastero cistercense di Poblet, nonché, udite, udite, pantheon dei re della Corona di Aragona. Costruito tra il XII e il XIII secolo, è stato il più importante dei tre monasteri del chiamato “triangolo cistercense” che aiutarono a consolidare il potere in Catalogna dopo la cacciata degli arabi. Alcuni dei re della casata aragonese decidevano addirittura di passare qui gli ultimi anni della loro vita, facendo una vita di tipo monastico.
Ho conosciuto una Catalogna più profonda.
Una Catalogna con una Santa un po’ strana, Santa Tecla, che seguace di San Paolo, venne martirizzata innumerevoli volte, nel fuoco, per squartamento e non so come. Non che tenesse sette vite come i gatti ma miracolosamente usciva sempre incolume dai martiri e alla fine morì più serenamente nel suo letto. Ad essa è dedicata la bellissima Cattedrale di Tarragona, costruita sopra un tempio di Iuppiter e in cui ognuna delle cappelle che circondano le due navate laterali si è trasformata nel mausoleo del vescovo fondatore della rispettiva cappella. Pesanti sarcofaghi marmorei disseminano di fatto la chiesa facendo sorgere una domanda spontanea: quanti vescovi può ancora permettersi Tarragona?
Ho conosciuto una Catalogna più profonda.
Una Catalogna nella cui storia finora purtroppo ho trovato solo abati vassalli e vescovi franchisti, in cui il potere e i rappresentanti di Dio sono stati sempre molto legati, forse troppo, vista anche la reazione anticlericale diffusa sul territorio contro una Chiesa accusata di essere stata troppo dalla parte dei potenti e poco dalla parte del popolo.
E allora la Catalogna più mistica che ho conosciuto finora è senza dubbio quella del Tempio Espiatorio della Sagrada Familia di Gaudì e di tutti quelli che vi hanno lavorato, come lo scultore Subirachs artefice delle sculture della facciata della Passione. Una chiesa che è una grande preghiera, che non è solo arte ma è parola, parola di Dio, in cui ogni mattone rimanda a questa parola cercando di vivificarla e non solo di esserne il freddo richiamo pietroso. Una chiesa ispirata che non sembra essere stata progettata dalla mente di un uomo ma da quella che ha generato tutto il creato. In cui le colonne sono alberi e le torri e le facciate sembrano create dall’azione esogena del vento e dell’acqua.
Ho conosciuto una Catalogna più profonda.
E in questa Catalogna c’è pure Alessandra, che mi ha accompagnato per tutti questi posti che sopra ho nominato e che ha condiviso con me tutte queste emozioni, queste sensazioni, questi pensieri. Divenendo così lei stessa, come me, parte della vita e della storia di questa Catalogna più profonda.
C’è tuttavia una Catalogna che ancora non ho conosciuto ed è quella dei Pirenei e delle chiesette romaniche che lì vi si celano. Spero che almeno lì riesca a trovare Dio e basta, senza Re, senza tesori, senza torri, senza boutique, senza privilegi, senza i velenosi postumi della Guerra Civile, un posto in cui la Chiesa non venga più vista come uno strumento del governo centrale per stroncare le autonomie locali. Una chiesa fatta di mura più piccole ma più viva, più pulsante, più pregante, che non dia più facili pretesti ai suoi tanti detrattori. Ma per andare lì a vedere aspetto il ritorno di Alessandra, perché ormai questo percorso in questa nostra nuova terra l’ho cominciato con lei ed è giusto che con lei lo compia… per poi intraprenderne tanti altri.
Probabilmente su questi miei pensieri pesa troppo la mia origine umbra e comunque, sicuramente, devo ancora conoscere una Catalogna che è ancora più profonda di quella che ho conosciuto, e che, ne sono certo, esiste.

domingo, octubre 15, 2006

Fiesta de la Virgen del Pilar (Saragoza)

La notte tra il 14 e il 15 (AUGURI PAPA') l'ho trascorsa a Saragoza dove si stava celebrando la bellissima festa della Virgen del Pilar (patrona della Spagna). Ha organizzato tutto il Manu con la combriccola erasmus di Barcelona. Io dopo aver perso il primo pulman ho aspettato a Barca la meglio gioventù erasmus di Tarragona (la Marci, Stefano cappello fiorito, Marco non molla mai e Giorgio il doc della Maria) e sono andato nella Capital dell'Aragona con loro. Lì abbiamo poi ribeccato Manu e company. Abbiamo così posto dei solidi piloni x fare incontrare le due comunità erasmus (anche se io ricordiamolo non sto facendo il mio secondo erasmus) di Barca e Tarraco.. affinchè avvengano reciproci confronti esperenziali e selvagge sciacallate. La festa si svolgeva quasi tutta per le strade dove rivoli di birra e kalimotxo incanalavano persone di ogni età in fiumi umani che avevano x argini qui bancarelle di ogni tipo, lì bar e pubs straripanti e dai cessi perennemente occupati; fiumi che ogni tanto si rompevano su scogli di spettacol(ucc)i di strada fino a bloccarsi sull'iceberg del concerto di piazza della grande Ana Torroja che forse qualcuno ricorderà con i Mecano (ma che la maggior parte di voi non saprà minimamente chi sia xchè è famosa solo in Spagna). L'unico spazio dove non c'era la folla e il fiume trovava la sua foce (o forse la sorgente) seppur prosciugata era l'enorme Piazza della Virgen del Pilar dove netturbini verdi piroettavano con i loro camion e sparavano getti d'acqua al lato dell'imponente impalcatura piena di fiori (che mi ricorda quella che ho visto a Valencia per las Fallas) offerti dalla gente di Saragoza a la Virgen. Di fronte l'enorme lunga chiesa a 11 cupole che custodisce il pilar (la colonna). Bellissima notte!
Da dove nasce il pilar: nella notte del 2 di gennaio dell'anno 40, Santiago si trovava con i suoi discepoli accanto al fiume Ebro quando "udì voci di angeli che cantavano Ave, María, gratia plena e vide apparire la Vergine Madre di Cristo, in piedi sopra una colonna di marmo". La Santissima Vergine, che ancora viveva in carne mortale, gli chiese all'Apostolo che le si costruisse lí una chiesa, con l'altare intorno alla colonna dove stava in piedi e promise che "rimarrà questo luogo fino alla fine dei tempi affinchè la virtù di Dio operi portenti e meraviglie per mia intercessione con quelli che nelle loro necessità implorino il mio patrocinio".
Simbolismo del pilar: il pilar o colonna associa l'idea della solidità dell'edificio-chiesa con quella della fermezza della colonna-fiducia nella protezione di Maria.
La colonna è simbolo del condotto che unisce il cielo e la terra, "manifestazione della potenza di Dio nell'uomo e la potenza dell'uomo sotto l'influenza di Dio". Le colonne garantiscono la solidità dell'edificio, sia esso architettonico o sociale.

viernes, octubre 13, 2006






Tarragona - Catalunya - Espanya 2006-2008
(magnateve sto pappone.. buon appetito)

La città. Tarragona è una piccola città con tanta storia. E' stata un'importatissima città romana - l'antica Tarraco è stata la capitale dell'"hispania citerior" - e ci sono un'infinità di monumenti come un anfiteatro, un circo, un acquedotto, mura quante ne vuoi. Tanto è vero che è stata dichiarata dall'Unesco Patrimonio dell'Umanità. Veramente notevole è anche la Cattedrale tardo romanica di Santa Tecla che sta pomposa al centro di quella che è chiamata l'acropoli ecclesiastica (visto che l'intero casc antic è occupato da Palazzo Vescovile, seminario, ecc. ). Ah dimenticavo Tarragona è sul mare e c'è una bella spiaggia e un porto.
La mia casa. Dopo aver dormito 3 giorni in ostello con la mia macchina (piena di tutto) che spendeva + di me in un garage ho trovato una bella casa vicinissimo alla Facoltà di Lettere. Vivo con Tomàs, Miguel e Alex, tutti catalani anche se Alex è di origine scozzese. Il giovedì sera si fa tutti insieme la tortilla e poi si esce (anche seTomàs non esce quasi mai e Alex va pregato). Abbiamo 2 bagni e internet. Inoltre Miguel è fissato con la pulizia e quindi per la gioia della mia mamma il nostro piso è veramente lindo.
L'Università. Nel mio master (in Antropologia Urbana... x chi se lo fosse perso) siamo veramente pochi: io, 2 argentini, 1 messicano, 1 polacca, 1 spagnolo e ci dovrebbe essere 1 cilena. Questa multinazionalità ha portato i professori alla spettacolare decisione (più volte sottolineato "non ideologica") di tenere las clases in castigliano. Finora tutto bene anche se ogni materia dura + o - una settimana e alla fine di ognuna dobbiamo fare un esame. X la prima asignatura devo studiare 2 testi del mitico Hannerz (di cui ho 2 libri con tanto di dedica) e fare un semi progetto etnografico che poi dovrò presentare con Powerpoint al resto della "classe" e ai professori. Cmq il livello del master finora mi sembra molto buono. Ah, tra poco devo uscire a fare Osservazione Partecipante in un bar del Porto, dove alcuni compagni mi aspettano muniti di block-notes e cerveza.
Tutto il resto. Io e l'Ale stiamo ancora insieme e x quanto molti pensino che Spagna significhi chicas a non finire (anche la Prof della tesi me le ha raccomandate) la mia chica e il mio sballo sono solo lei.. almeno finora (scherzo Alina!!!). Gli amici mi mancano un po', anche xchè uno sta in Africa, il Patri è antitecnologico peggio del mi frate (che anche lui mi manca.. xò non glielo dite) e se gli dico internet pensa che è una squadra di calcio, il Ciccio (Franci è l'ultima volta che ti chiamo così) è a Cremona, il Gerry è diventato un uomo d'affari e non ha tempo di venire su (anche se c'ha una voglia..), la Lauretta x fortuna si è riconnessa, mentre il Ricco si è disconnesso (che non lo vedo + su msn). X fortuna il barceloneta; anche se tra il Barcelona e il Nastic c'è rivalità, la nostra amicizia dura. Qua ho citato solo i + antipatici ma ce ne sono altri a cui penso. Un pensiero va spesso anche a papà, mamma, Indy, i nonni e tutta la famiglia (che tenero che sono). Piano piano si stanno creando dei rapporti (non a sfondo sessuale) anche qui però è ancora troppo presto x parlarne. Concludo dicendo che questo mio blog (creato su ispirazione del grande poeta contemporaneo Stef) è soprattutto x raccontare a chi mi conosce e adesso è lontano da me quello che è la mia vita qui.