domingo, noviembre 19, 2006

Le città di Weber e i cittadini del mondo

Finalmente ho consegnato i 2 primi lavori x il Master: un investigazione etnografica su 5 appartamenti compartiti e un commento su "La dominazione illegittima" (cap. VIII di "Economia e Società") di Max Weber (130 pagg pesantissime anche se abbastanza interessanti.. a pag 1001 dell'edizione spagnola, Weber cita anche Perugia) e dopo 10 giorni in cui sono uscito di casa solo x comprare il pane sono tornato alla normalità. Perchè il Capitalismo nasce solo in Occidente e dall'Età Media in poi? Perchè solo lì avviene la dominazione illegittima delle città. Illegittima perchè avviene per usurpazione contro quei poteri che trovavano la loro legittimità in Dio (l'aristocrazia, di sangue e ecclesiastica) attraverso la congiura e la confraternizzazione dei borghesi. Non ci addentriamo nei dettagli, cosa che potrebbe risultare pure noiosa. Lo stesso giorno in cui ho consegnato l'ultimo lavoro è venuto a trovarmi Frederik, amico mio dei tempi dell'Erasmus di Valladolid, belga fiammingo di Gent (quello che nella foto sta sotto di me, accanto a Miguel, uno dei miei coinquilini; quello accanto a me invece è Alex, un altro dei miei coinquilini.. manca solo Tomàs). Fred si è fermato due giorni e il giovedì siamo usciti tutti insieme. Dopo la classica cena a base di hamburger, tortilla spagnola e lambrusco emiliano accompagnata da una canzone olandese cantata da Fred e Alex (sì perchè Alex ha vissuto anche in Olanda, oltre che in Scozia, in Inghilterra, in Iran e in vari paesi della penisola araba e del caribe), siamo passati al cocktaile di Miguel (whiskie, preferibilmente di pessima marca + fanta, quando c'è). Intanto erano arrivati a casa Stefano, Giorgio e Chiara (della meglio gioventù Erasmus di Tarragona). Siamo usciti, siamo passati per Plaza de la Font, dove si trova l'Ayuntamiento (il Comune) ma anche molti bar con i tavolini che si espandono per gran parte della sua superficie. Quindi avvertiti da Giorgio di un fantastico concerto Reggae nel grande auditorium di Camp de Mart sotto le mura romane ci siamo diretti là, trovandolo deserto e buio e localizzando il concerto poi in un piccolo bar. Quasi un corridoio con in cima a degli scalini davanti ai bagni un dj e altri rastoni con tanto di cani. Sulla destra un bancone con una matrona nera che ci passava sorridente le nostre medianas (birre in bottiglia). Davanti, sedute su degli sgabelli due tristi signore, sempre nere ci guardavano cercando di capire cos'era del mondo che ci animasse così. Su una parete in pietra i baffi di Dalì. Gli unici clienti, io, Alex, Miguel, Fred, Chiara e tre ragazze Erasmus francesi, Audrey, Pauline e Amelie. Dopo essere stati un po' con loro siamo andati alla "Sala 0", dove abbiamo ribeccato Giorgio e Stefano. Qui il grande Fred, che con la sua simpatia e positiva pazzia ha conquistato tutti ha ceduto e dopo aver vomitato, esser caduto per terra, aver battuto la testa e esser stato rifiutato dal buttafuori di una discoteca del Porto (dove nel frattempo ci eravamo diretti) ha capito che forse era ora di tornare a casa. E così siamo tornati e dopo aver strappato con la forza Fred ai richiami di un biondo trans che da un terrazzo ci sussurlava "guapos, subid" (belli, salite) e che nella mente di Fred, annebiata dai fumi del alcool, si era trasformato in una bellissima principessa da salvare - tanto che Fred mi guardava come a dire "che culo!" e mi diceva eccitato "vamos"- siamo riusciti a rimettere piede a casa sani e salvi. Gracias Fred por esta noche muy divertida y por tu vìsita!
E sicuramente l'aria di libertà e di uguaglianza che permette a persone di tanti paesi diversi di stare bene insieme è frutto di quei processi studiati da Weber: la liberalizzazione dell'economia che si è sostituita ai rapporti feudatario-servo, per mezzo della "congiura borghese" che ha trovato terreno fertile nelle città; la costruzione di identità collettive basate non + sull'appartenenza a una stessa tribù, demo, casta, ma sull'associazione di persone che porta alla creazione di una nuova comunità, la città. E questo anche grazie all'apporto del Cristianesimo che ha desconnettato le persone dai legami magico-tabuali che le separavano dichiarandole tutte uguali. La città occidentale (Weber è nettamente etnocentrico a questo riguardo) sembra insomma essere il primo posto in cui ha germogliato la libertà e l'uguaglianza tra tutti. Poi questa città (come uguaglianza di diritti e libertà) si è allargata ed è diventata Stato. E infine la città e i suoi valori sembrano estendersi in gran parte del globo. Quindi quando ci viene un po di prurito a sentire la parola "capitalista" riferita alla notra società pensiamo non solo ai risvolti negativi e ai tratti degeneranti ma anche ai valori di libertà e di uguaglianza che si trovano intrinsechi, seppur imperfetti, nelle sue stesse radici più profonde.

lunes, noviembre 06, 2006

La Catalogna più profonda

Ho conosciuto una Catalogna più profonda.
Una Catalogna che non è solo Barcelona, Costa Brava, mare, tipi eccentrici sulla Rambla, venditori di fumo (in senso lato e non), che non è solo i Pakistani e gli sfrattati del Raval, che non è solo quella blau-grana del Camp Nou, che non è solo quella costruita da Gaudì o quella dipinta da Dalì. Non è solo quella dell’adesivo sulle auto dell’asino autonomista, nero, come il toro spagnolo, a cui si contrappone. Non è solo quella della crema catalana o quella della Cava. E non è neppure solo la Tarraco romana o la Girona (Barcelona) della Ryanair.
Ho conosciuto una Catalogna più profonda.
Ho conosciuto una Catalogna che è parchi naturali, campagna piena di vigneti e oliveti ed è montagna, rocciosa, sulle cui pareti si arrampicano piccoli eremi e giganteschi monasteri come quello del Montserrat (1236 m), dove le vertigini, il vento, la fusione tra le pareti rocciose e quelle murali ti procurano strane allucinazioni e ti ritrovi all’improvviso in Tibet, ma ti guardi meglio intorno e capisci che invece sei in Tessaglia sulle Meteore. Però no, non stai neppure lì. Ti trovi invece in quello che è il santuario più venerato della Catalogna, scrigno sproporzionato della piccola Moreneta (patrona della Catalogna) ma pure della cultura catalana durante il franchismo. Il santuario più venerato di Catalogna dice la guida, ma io ho visto solo torme di tedeschi e francesi incollati al circuito automobilistico o meglio pullmanistico del Montserrat, ossia: scendi dal pullman, sali le scale, attraversi la piazza, entri nel complesso, attraversi il chiostro, entri nella basilica dalla porta destra, fai il giro delle cappelle, sali dietro all’altare, tocchi il globo di legno che ha in mano la Moreneta (o Vergine Nera), esci fuori, compri un cero a quasi due euro, lo metti in mezzo agli altri, esci dalla porta sinistra del complesso basilicale, attraversi la piazza, scendi le scale e rimonti sul pullman. Non ho visto nessuno in atto di venerazione, forse anche perché il monastero (attualmente benedettino) ti ispira a fare shopping nelle eleganti boutique sottostanti, a mangiare nel grande ristorante adiacente alle boutique, ad ammirare lo splendido panorama di fronte alle boutique, a guardare le stagliate vette dietro alle boutique o gli imponenti edifici che gli fanno da controcanto sopra le boutique, qualsiasi cosa tranne che pregare. Qualsiasi cosa che non ti costringa a stare dentro una chiesa, i cui colori prevalenti sono il nero e l’oro, che il sentimento più ortodosso che ti possa provocare è la lontananza della divinità.
Ho conosciuto una Catalogna più profonda.
Una Catalogna che mi ha lasciato una sensazione ben diversa, quantomeno esteticamente, è quella dell’enorme monastero cistercense di Poblet, nonché, udite, udite, pantheon dei re della Corona di Aragona. Costruito tra il XII e il XIII secolo, è stato il più importante dei tre monasteri del chiamato “triangolo cistercense” che aiutarono a consolidare il potere in Catalogna dopo la cacciata degli arabi. Alcuni dei re della casata aragonese decidevano addirittura di passare qui gli ultimi anni della loro vita, facendo una vita di tipo monastico.
Ho conosciuto una Catalogna più profonda.
Una Catalogna con una Santa un po’ strana, Santa Tecla, che seguace di San Paolo, venne martirizzata innumerevoli volte, nel fuoco, per squartamento e non so come. Non che tenesse sette vite come i gatti ma miracolosamente usciva sempre incolume dai martiri e alla fine morì più serenamente nel suo letto. Ad essa è dedicata la bellissima Cattedrale di Tarragona, costruita sopra un tempio di Iuppiter e in cui ognuna delle cappelle che circondano le due navate laterali si è trasformata nel mausoleo del vescovo fondatore della rispettiva cappella. Pesanti sarcofaghi marmorei disseminano di fatto la chiesa facendo sorgere una domanda spontanea: quanti vescovi può ancora permettersi Tarragona?
Ho conosciuto una Catalogna più profonda.
Una Catalogna nella cui storia finora purtroppo ho trovato solo abati vassalli e vescovi franchisti, in cui il potere e i rappresentanti di Dio sono stati sempre molto legati, forse troppo, vista anche la reazione anticlericale diffusa sul territorio contro una Chiesa accusata di essere stata troppo dalla parte dei potenti e poco dalla parte del popolo.
E allora la Catalogna più mistica che ho conosciuto finora è senza dubbio quella del Tempio Espiatorio della Sagrada Familia di Gaudì e di tutti quelli che vi hanno lavorato, come lo scultore Subirachs artefice delle sculture della facciata della Passione. Una chiesa che è una grande preghiera, che non è solo arte ma è parola, parola di Dio, in cui ogni mattone rimanda a questa parola cercando di vivificarla e non solo di esserne il freddo richiamo pietroso. Una chiesa ispirata che non sembra essere stata progettata dalla mente di un uomo ma da quella che ha generato tutto il creato. In cui le colonne sono alberi e le torri e le facciate sembrano create dall’azione esogena del vento e dell’acqua.
Ho conosciuto una Catalogna più profonda.
E in questa Catalogna c’è pure Alessandra, che mi ha accompagnato per tutti questi posti che sopra ho nominato e che ha condiviso con me tutte queste emozioni, queste sensazioni, questi pensieri. Divenendo così lei stessa, come me, parte della vita e della storia di questa Catalogna più profonda.
C’è tuttavia una Catalogna che ancora non ho conosciuto ed è quella dei Pirenei e delle chiesette romaniche che lì vi si celano. Spero che almeno lì riesca a trovare Dio e basta, senza Re, senza tesori, senza torri, senza boutique, senza privilegi, senza i velenosi postumi della Guerra Civile, un posto in cui la Chiesa non venga più vista come uno strumento del governo centrale per stroncare le autonomie locali. Una chiesa fatta di mura più piccole ma più viva, più pulsante, più pregante, che non dia più facili pretesti ai suoi tanti detrattori. Ma per andare lì a vedere aspetto il ritorno di Alessandra, perché ormai questo percorso in questa nostra nuova terra l’ho cominciato con lei ed è giusto che con lei lo compia… per poi intraprenderne tanti altri.
Probabilmente su questi miei pensieri pesa troppo la mia origine umbra e comunque, sicuramente, devo ancora conoscere una Catalogna che è ancora più profonda di quella che ho conosciuto, e che, ne sono certo, esiste.