miércoles, diciembre 13, 2006

Dal delta dell'Ebro a quello dell'ebbro (parte prima)

Sabato 9 ho preso il mio coche Honda Logo che come il Patri sa bene abbiamo solo io e "the doctor" e sono andato al pueblo (paese) dei miei 3 coinquilini (anche se il termine spagnolo compañeros mi piace di più), la mitica San Carlos de la Rapita, vicino al delta dell'Ebro (anticamente Iberus o Hiberus, da cui la denominazione "Iberica" alla omonima penisola), poco prima di entrare nella Comunidad Valenciana. Dopo aver guidato un oretta e più attraversando differenti paesaggi tra cui tutta la zona del Petrolquimico, delle raffinerie e una centrale nucleare sono arrivato alla méta dove mi aspettava Alex. Abbiamo poi beccato Miguel e suo fratello Ignacio e abbiamo cominciato a fare il giro dei bar. Quello che mi è piaciuto di più è stato un pub piccolino, tutto di legno e con delle grandi finestre davanti alle quali c' è un tavolino che è come una scuola di ajedrez (preferisco la denominazione catalana escacs, insomma di scacchi). Si riuniscono lì persone molto diverse tra loro, anziani e bambini, per giocare a questo gioco. Alex ci trascorre serate intere e quel pomeriggio si è sfidato con Robert, quarantenne i cui genitori hippies sono arrivati dall'Inghilterra con il classico pulmino Wolkswagen e si sono fermati lì. Ha vinto Alex. A cena siamo stati al ristorante "La Gondola" dove fiumi di lambrusco (9 bottiglie in 12) hanno mandato giù del gustosissimo cibo denominato non so perchè pizza, ma che pizza non era. Il tutto accompagnato pure da tegami di vongole, calamari alla romana e per finire della crema catalana, ricoperta da uno strato solido e sottile di zucchero cristallizato con un rapido stampo infuocato. Caffè, e poi un liquore giallo alle erbe, uno dei tanti tentativi falliti di trovare un qualche sostituto degno a grappe e amari (cosa darei per una bottiglia di Montenegro) che qui proprio non esistono. Alla cena oltre a Alex, Miguel con fratello, fidanzata (Laura), sorella di fidanzata e amica della sorella della fidanzata c'era pure il terzo compañero, Tomas, con la fidanzata (Gemma) e altri tre loro amici. Dopo un giro per i tanti locali che d'estate saranno pieni ma che ora sono più vuoti delle chiese, sono andato a dormire a casa del padre di Alex. Il giorno dopo, prima di mangiare una carbonara perfetta della mamma di Miguel e delle costolette di agnello succulenti cotte dal padre, ho fatto un giro panoramico con Miguel e Laura. Siamo saliti in auto su un punto in alto chiamato la Torretta (perchè c'è una vecchia torre) e da li ho visto parte dell'immenso delta dell'Ebro occupato da un parco naturale e dalle piscine delle risaie e ho capito perchè da qui in giù, verso Valencia si mangia tanta paella. E mentre pensando all'essenza di un fiume avevo fino ad allora pensato che questo fosse acqua, in quel momento ho pensato che il fiume fosse terra. Infatti dal delta partono lunghissime strisce di terra, come dei fiumi di terra nella pianura marittima, che si lanciano curiosi in mezzo all'immensità del Mediterraneo ultima tappa di un lunghissimo viaggio iniziato in Cantabria, passato per la Navarra, per Saragozza, fino a lì. Insomma finchè stava nella terra mi appariva solo acqua e ora che si ricongiungeva al suo stesso elemento, lì dove questo dominava in maniera assoluta, scoprivo che il fiume era terra. E questa potrebbe essere una buona metafora antropologica per spiegare come la identità collettiva si costruisca attraverso il rapporto con l'alterità e non con l'omogeneo. Ci sono in effetti alcuni antropologi, soprattutto della scuola francese, che ritengono che la globalizazione, l'incontro tra culture non porti a un'omogeneizzazione totale di tutte le culture ma alla ridefinizione delle identità locali, che Amselle definisce "processi di ritribalizzazione", ossia come se l'acqua si sentisse più acqua quando scivola sulla terra e la terra si sentisse più terra quando emerge dall'acqua o vi sprofonda. E il fiume è una cosa e l'altra, è terra e acqua, senza che questo arrechi nessun problema, anzi. E chi teme l'incontro tra culture, tra l'acqua e la terra è qualcuno che forse ha bisogno più di tutti di questo incontro. Perchè il suo timore potrebbe venire non tanto dalla pericolosità dell'identità altrui quanto dalla debolezza della propria. E, forse (sto facendo fantantropologia, visto che poi tutti questi discorsi vanno provati empiricamente per la buona pace dei positivisti) il confronto rispettoso con la diversità è il modo migliore non tanto per conoscere l'altro quanto per ritrovare se stesso. E così la terra sprofondando nel mare non diventa acqua ma si riscopre terra [continua...].

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